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  • 01 Feb 2019 (Aggiornamento)

Fino a che punto i social network possono modificare i tuoi comportamenti?

Quando due persone condividono la stessa idea si riconoscono e tendenzialmente si uniscono per raggiungere un obiettivo condiviso, oppure…

Fino a che punto i social network possono modificare i tuoi comportamenti?

Quando due persone condividono la stessa idea si riconoscono e tendenzialmente si uniscono per raggiungere un obiettivo condiviso, oppure si dividono quando sono in disaccordo. Le frequenti campagne sui social agiscono giornalmente su quest’attitudine dell’essere umano. Giornalmente i post che vediamo su Facebook ci spingono ad essere d’accordo o meno su qualcosa.

Esprimere e condividere le proprie opinione sui social network senza filtri di alcun tipo è un fattore positivo o negativo?

Per rispondere alla domanda, la prima cosa dalla quale bisogna partire è il modo di percepire l’atteggiamento degli utenti. Di solito pensiamo che gli atteggiamenti che assumiamo di fronte a problemi collettivi siano unicamente nostri. Pensiamo che gli atteggiamenti che assumiamo siano il frutto delle nostre idee personali e che siamo in grado di decidere da soli su tutto.

Ma non sempre è così. Gli atteggiamenti condivisi ci uniscono agli altri membri di uno stesso gruppo di riferimento e si propagano attraverso le reti. E quando lo fanno, specie in modo virale come avviene sulla rete e con i social network è molto facile che i “nostri” atteggiamenti e le nostre idee rispetto a un problema collettivo siano, in realtà, espressioni dell’appartenenza al nostro gruppo.

Nelle società ben funzionanti questo aspetto può essere positivo per le persone, per i gruppi e per i processi politici individuali, poiché gli atteggiamenti condivisi creano un’identità collettiva e le identità di gruppo possono essere configurate in modo tale che diventi inclusivo anche un atto fortemente stigmatizzato, ma ritenuto giusto come lo è l’aborto in Irlanda. Così ha funzionato la campagna Together for Yes.

Ma questo processo non ha solo lati positivi. Le persone possono essere condizionate (lo sono sempre state) dagli “influencer” che riescono, consapevolmente o meno, a unire o dividere i gruppi in base alle loro idee e indirizzarle verso un’opzione che, probabilmente, non avrebbero mai condiviso nella loro vita.

Il punto di forza (o bug, dipende dai punti di vista) che rende i social network strumenti perfetti (così come lo sono stati per un centinaio d’anni i giornali prima, la radio e la Tv dopo) per gli influencer è che ogni utente percepisce la sua visione come unica. Ma in realtà quella visione fa parte di un “gregge“. In sostanza, se usati bene bot e troll possono facilmente creare un senso di consenso percepito e nel quale ci si riconosce, che in realtà non esiste.

Con l’aggravante che su in singolo fatto, un piccolo gruppo può essere in grado di creare percezioni positive o negative per una posizione più di quanto in effetti non sia in realtà.

Plausibilmente, gli influencer sono in grado di utilizzare problemi con poca rilevanza politica o sociale, per modellare il panorama delle alleanze di gruppo e spingere il comportamento politico di quei gruppi in una direzione piuttosto che in un’altra. Non c’è nulla di nuovo in questo atteggiamento, se non la velocità fornita dalla rete e dai social nella propagazione del messaggio unitario o divisivo dei gruppi. E questo vale sia per il marketing politico sia per quello commerciale. Tienine conto per la tua prossima strategia di marketing digitale.