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Approvata la Direttiva sul Copyright: cosa c’è da sapere

Viene approvata la Direttiva Europea sul Copyright. Cosa c'è da sapere per chi lavora online?

Approvata la Direttiva sul Copyright: cosa c’è da sapere

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Il Parlamento Europeo ha approvato la tanto discussa Direttiva sul Copyright, dopo due anni di confronti e dibattiti.

La riforma ha attirato l’attenzione di un vastissimo pubblico, costituito per lo più da attivisti, piattaforme online ed editori.

Il negoziato ha visto negli scorsi mesi un crescendo di polemiche e forti opposizioni da parte di molti rappresentanti del mondo di Internet, critici soprattutto nei confronti dei famosi articoli 11 e 13 della proposta di legge, diventati nella più recente revisione del testo rispettivamente artt. 15 e 17.

Il motivo dell’opposizione è semplice: la legge, volta ad introdurre nuove misure per la protezione dei diritti d’autore, potrebbe avere conseguenze pericolose per la libertà d’informazione.

Vediamo cosa c’è da sapere.

Il voto

La nuova direttiva è stata approvata con 348 voti favorevoli e 274 contrari. Dei partiti italiani, Lega e Movimento 5 Stelle hanno votato contro la proposta, mentre Forza Italia e Partito Democratico a favore.

Il testo, come già detto, ha subito diverse variazioni da quando è stato presentato per la prima volta in Parlamento. Un portavoce di Google, intervistato da un giornalista del Guardian, ha dichiarato:

La direttiva europea sul copyright è migliorata, ma porterà ugualmente ad una situazione di incertezza legale che danneggerà l’economia creativa e digitale dell’Europa. I dettagli contano e noi siamo disponibili a lavorare con i legislatori, i publishers, i creatori e chi detiene i diritti d’autore.

La posizione di Google, sicuramente non dissimile da quella degli altri giganti del web, è quindi ancora fortemente scettica nei confronti della direttiva.

Articolo 15

L’art. 15 (ex art. 11), prevedeva inizialmente la costituzione di una link tax (tassa sui link).

L’articolo prende le mosse dal bisogno di remunerare gli autori di opere ripubblicate – anche in parte – all’interno di piattaforme e testate giornalistiche.

In breve, il publisher deve pagare una licenza al fine di pubblicare il contenuto prodotto dall’autore in questione. Un esempio? Google News sarebbe costretta a pagare gli editori per mantenere i siti all’interno del suo servizio.

La risposta di Google: SERP vuote per effetto della Direttiva

Google aveva dato inizio alla sua campagna di protesta già ai tempi della prima versione dell’art. 11.

Search Engine Land ha riportato in un articolo uno screenshot, condiviso da Google, di un’ipotetica SERP, nel caso in cui si dovesse applicare quanto contenuto nelle disposizioni della Direttiva.

Google SERP art. 11

Come possiamo vedere, si tratta di un risultato alquanto desolante. La SERP è una pagina quasi deserta, che contiene solo dei titoli parziali e gli URL dei siti web. Scomparsi invece immagini e snippet.

L’esperimento messo in atto da Big G vuole mettere l’accento proprio sulla questione della licenza, necessaria per la pubblicazione dei contenuti di terzi.

Google, in una situazione del genere, si troverebbe costretta allora a nascondere i contenuti in questione dai risultati di ricerca. In caso contrario, le licenze da pagare potrebbero diventare – nonostante la forza economica di Google – una spesa insostenibile.

Intanto, si attende una formulazione finale dell’art. 15, che dovrà chiarire una volta per tutte la questione.

Cosa accadrà alla posizione zero?

Chi si occupa di SEO la conoscerà bene. Con “posizione zero” si intende quella posizione all’interno della SERP di Google, superiore al primo risultato di ricerca.

Presente ormai da tempo, attraverso la posizione zero Google cerca di soddisfare il bisogno dell’utente senza che vi sia bisogno per quest’ultimo di cliccare sul risultato.

Potrebbe subire ripercussioni dall’applicazione dell’art. 15?

Si tratta di pure supposizioni, importanti per chi come noi lavora nel settore del digital. Staremo a vedere gli ulteriori sviluppi.

Articolo 17

La prima versione dell’art. 17 è conosciuta ai più come art. 13, poi appunto modificato (esattamente come per l’art. 15) nell’ultima versione della direttiva.

Se nel primo caso si parlava di tassa sui link, l’art. 17 punta invece a responsabilizzare le piattaforme online e gli “intermediari” che gestiscono i contenuti pubblicati dagli utenti, richiedendo l’applicazione di un filtro per prevenire l’upload di contenuti sprovvisti di licenza.

La maggior parte delle piattaforme a cui questa riforma è diretta ha già un sistema di filtri di questo tipo. Sicuramente, YouTube tra tutte possiede l’intelligenza artificiale più avanzata per il riconoscimento (e la rimozione) di contenuti che violano le norme sul copyright.

La situazione, però, non è molto semplice.

Infatti, YouTube ha speso (e continua a spendere) capitali enormi per investire su tale tecnologia. Tecnologia che, nonostante sia la migliore sul mercato, non sempre riesce a funzionare con successo.

Un’eventuale mancata rimozione di contenuti protetti da copyright comporterebbe quindi una sanzione ai danni delle piattaforme stesse. A meno che questa non possano dimostrare:

  • Di aver compiuto i massimi sforzi per ottenere l’autorizzazione.
  • Di aver agito tempestivamente per revocare l’accesso agli utenti che hanno commesso l’infrazione.

L’articolo esclude dall’obbligo in questione le società con un fatturato inferiore ai 10 milioni o con meno di tre anni di attività.

Conclusioni

Ricordiamo che, in quanto Direttiva Europea, quanto disposto dal testo dovrà essere recepito dai singoli Stati membri prima di entrare ufficialmente in vigore.

È inoltre importante sottolineare che la Direttiva, in quanto tale, è obbligatoria solo per gli obiettivi da raggiungere. Ciò comporta che i singoli governi avranno una certa voce in capitolo per adattare al meglio queste disposizioni all’ordinamento dei rispettivi Paesi.

Al tempo stesso però, è facile immaginare che i giganti del Web si comporteranno allo stesso modo per tutti i Paesi della Comunità, anticipando i tempi per non rischiare di farsi cogliere impreparati quando le leggi entreranno in vigore.

Non ci resta quindi che attendere e osservare le eventuali ripercussioni che la Direttiva avrà su Google, Facebook e co.