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  • 22 Ott 2018 (Aggiornamento)

Black hat seo: perché non conviene utilizzarla (quasi) mai

Molti business online devono il loro successo, in larga parte, al buon posizionamento sui motori di ricerca che hanno…

Black hat seo: perché non conviene utilizzarla (quasi) mai

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Molti business online devono il loro successo, in larga parte, al buon posizionamento sui motori di ricerca che hanno ottenuto nel corso degli anni.

Questo significa che la SEO svolge un ruolo determinante nella fase di crescita del business e che, talvolta, un significativo aggiornamento nell’algoritmo di Google o una penalizzazione possono portare a fasi di crisi capaci di mettere a repentaglio la sopravvivenza del progetto o dell’azienda.

Uno dei modi più veloci ed efficaci per migliorare il posizionamento del proprio sito sui motori di ricerca è l’utilizzo delle cosiddette tecniche di “black hat SEO”.

Lo scopo di questo articolo è capire se e in quali casi è conveniente mettere in pratica delle tecniche di “black hat SEO” e per quali motivi, la maggior parte delle volte, la soluzione migliore è quella di evitare di concentrare il proprio tempo e le proprie risorse su pratiche che possono finire per danneggiare il tuo business online.

Cos’è la black hat SEO

Il termine “black hat SEO” si riferisce all’utilizzo di tecniche e strategie apertamente in contrasto con le linee guida di Google, spesso considerate non etiche.

La logica “black hat” è tutta imperniata attorno alla ricerca e all’utilizzo di quelle che potremmo definire “scorciatoie algoritmiche”, ovvero pratiche che hanno l’obiettivo di far ottenere ai contenuti del tuo sito un posizionamento eccezionalmente veloce nelle SERP di Google.

Nel caso in cui queste pratiche dovessero essere “smascherate” potrebbero portare a penalizzazioni così pesanti da rendere estremamente complicato e faticoso il ritorno alla situazione pregressa.

Alcune delle tecniche black hat più diffuse sono:

  • hackerare siti web per iniettare (ottenere) backlink verso il proprio sito
  • cloaking
  • pagine doorway
  • keyword stuffing
  • uso di una rete privata di blog (private blog networks, PBN)
  • comment spam

Non approfondirò ulteriormente in questo articolo il funzionamento di ogni singola pratica black hat (ne esistono a centinaia).

Ciò che è importante è che tu capisca che queste pratiche non sono etiche nei confronti degli utenti e dei tuoi concorrenti (ed è il motivo per cui Google le penalizza) e che tu conosca almeno le principali, in modo tale da decidere se è il caso o meno di utilizzarle nei tuoi progetti.

La “white hat SEO” è sempre la scelta migliore?

Dipende dai tuoi obiettivi. E dalla tua nicchia.

Per white hat mi riferisco a tutte quelle pratiche SEO che sono in linea con il regolamento di Google.

Se il tuo obiettivo è costruire un brand (o un personal brand) con un orizzonte di medio-lungo termine, la white hat è la strada da percorrere.

È principalmente un discorso di sostenibilità e di longevità. Difficile pensare di riuscire a tenere in piedi un sito per più di qualche mese, se metti in atto pratiche poco trasparenti.

Tuttavia possono esistere alcuni settori, come il gambling (gioco d’azzardo) e il trading, che offrono spesso opportunità di guadagni molto consistenti e che sono caratterizzati da un elevato grado di concorrenza.

Serviamoci di un esempio pratico. Un’azienda del settore gambling offre ai suoi affiliati una remunerazione pari a 40 euro, per ogni lead che si registra ed effettua un versamento iniziale sul suo conto.

Se riusciamo a posizionarci in prima pagina con una keyword come “miglior casino online” (3.600 ricerche al mese) abbiamo la possibilità di acquisire decine, se non centinaia, di lead al mese, realizzando un profitto niente affatto trascurabile.

Il problema è che solitamente questo tipo di campagne di affiliate marketing sono caratterizzate da una durata limitata nel tempo (poche settimane o mesi) e le keyword sulle quali desideriamo posizionarci hanno un grado di concorrenzialità spesso elevato.

Oltre a questo, l’authority del nostro blog è piuttosto scarsa (poniamo che si tratti di un blog giovane, aperto da poche settimane) e di conseguenza posizionarsi per una keyword così importante diventerebbe un processo molto lungo e difficile, oltre che di esito incerto.

A meno che tu non sia interessato a creare un sito o un blog di riferimento sul tema “gambling”, potrebbe essere conveniente pensare di mettere in pratica delle tecniche di “black hat SEO”, per scalare posizioni in SERP molto rapidamente.

Il rischio di beccarsi una penalizzazione da Google è elevato (praticamente certo), ma se lavori con un’ottica di brevissimo termine e con campagne CPL ad elevata remunerazione, non dovrebbe essere qualcosa di cui preoccuparti.

Black hat vs White hat SEO

È meglio investire il nostro tempo nella costruzione di un progetto di business online etico e trasparente oppure è più conveniente dedicarsi a tanti piccoli siti o blog, con l’obiettivo di monetizzare velocemente?

Cerchiamo di capirlo analizzando alcune tra le più diffuse pratiche black hat ed analizzandole, in termini di risorse temporali e monetarie da investire su di esse.

1. Creare un brand oppure decine di siti spazzatura

Una delle strategie più diffuse di chi fa black hat è il lancio di decine di siti e blog “spazzatura”. Questo serve a capire quali hanno potenzialità di decollare e di far registrare profitti e quelli flop, destinati al fallimento.

Funziona un po’ come un portafoglio di trading finanziario: compro qualche decina di azioni di start-up tech e tengo solamente quelle che registrano una crescita tale da garantirmi dei profitti apprezzabili.

Il problema di questa strategia è l’effort.

Se comprare azioni sul mercato americano o britannico richiederà qualche settimana di studio (dopo di che sarà sufficiente vendere ad un prezzo superiore a quello di acquisto per avere un guadagno), un blog spazzatura richiede comunque la pubblicazione di contenuti che devono in qualche modo portare a delle conversioni ed una strategia molto aggressiva di link building.

Entrambe le attività richiedono molto impegno e talvolta molto denaro.

Oltretutto si ha la certezza che, dopo qualche mese, i risultati ottenuti con i progetti black hat saranno spazzati via dalle penalizzazioni di Google e si dovrà ricominciare daccapo.

Il problema connesso a questa strategia è strettamente legato alla sostenibilità sul lungo periodo.

Creare un brand costa tempo e fatica, ma una volta raggiunti il posizionamento desiderato ed un’ottima reputazione è possibile godere dei frutti del proprio lavoro per anni, senza dover ripartire ogni volta da zero.

Aprire di continuo blog spazzatura richiede, in fin dei conti, un effort addirittura superiore alla costruzione di un brand, in quanto non potrai mai sfruttare una posizione di leadership che ti assicurerà profitti elevati e costanti nel tempo.

Chiunque fa SEO conosce l’importanza che hanno i link in entrata nel posizionamento dei propri contenuti in SERP.

Neil Patel sostiene addirittura che i link siano il fattore SEO più importante in assoluto, ancora più della qualità dei contenuti, del tempo passato da un visitatore su un determinato sito e dei social signals.

Fondamentalmente esistono due modi per acquisire link:

  1. costruirli tramite le relazioni
  2. acquistarli

È naturale che nessun sito o blog serio, con un brand che gode di buona reputazione, sia disposto a linkare dalle sue pagine un sito spazzatura: i suoi lettori più affezionati e Google non la prenderebbero affatto bene.

Costruire relazioni positive e durature, se ti presenti come proprietario di una decina di siti spazzatura, non è esattamente qualcosa di agevole.

Di conseguenza, l’alternativa alla costruzione di relazioni, per fare link building, è quella di creare una PBN (ne parlerò nei prossimi paragrafi) oppure acquistare backlink.

Esistono diversi gruppi su Facebook che sono diventati dei veri e propri “black market” dei backlink, con tanto di valori di mercato determinati dall’authority del sito (è sufficiente un tool come SEOZoom per definire questo parametro con esattezza).

Anche in questo caso ciò su cui è importante ragionare è la sostenibilità sul lungo periodo.

Quanto a lungo è possibile acquistare backlink per sostenere il posizionamento su Google di un sito? È conveniente investire centinaia di euro in backlink che poi perderanno totalmente il loro valore, una volta che Google penalizzerà il progetto “black hat”?

Costruire relazioni costa fatica e impegno, è vero… ma il ritorno su questo tipo di “investimento” (passami il concetto un po’ cinico) è migliaia di volte superiore a qualunque tecnica black hat tu possa decidere di mettere in atto.

3. Private blog network (PBN): è conveniente?

Cosa c’è di più intuitivo che costruire una rete di blog con una buona authority e farli linkare tra loro, in modo da costruire un profilo backlink rilevante in pochissimo tempo?

Il fatto è che questa, per quanto ancora piuttosto diffusa, sia una pratica vecchia ed estremamente facile da smascherare.

Facciamo un esempio: sei il proprietario di 15 blog appartenenti a nicchie di mercato diverse, tutti con una buona authority (superiore a 40, se vogliamo servirci del metro di misurazione di SEOZoom) e decidi di linkare il tuo nuovo blog a questi 15 già esistenti.

Il risultato nel breve termine, unito a decine di altre tecniche “black hat”, sarà probabilmente grandioso e ti ritroverai nel giro di qualche settimana in cima alle SERP, ma… questa strategia è realmente così semplice da attuare?

Consideriamo due aspetti: il tempo e la probabilità di non essere scoperti.

Se non sei alle prime armi, ed hai già fatto crescere da zero un progetto SEO, sai quanto tempo ci vuole per raggiungere un buon livello di authority: non è esattamente qualcosa che si può costruire dalla sera alla mattina.

Mettiamo che ci vogliano almeno 3/4 mesi di lavoro costante e di qualità. E dopo aver impiegato tutto questo sforzo nella costruzione di un progetto del genere dovresti replicare il processo per altri 10 o 15 blog.

Hai idea di quanto tempo ti porti via tutto ciò?

La probabilità di non essere scoperti è praticamente pari a zero. A meno che tu non sia un esperto di informatica sarà veramente complicato riuscire a camuffare la proprietà della tua rete di blog.

Attenzione: non è vietato essere proprietari di decine di siti. È vietato, secondo le linee guida di Google, linkarli tra loro con l’obiettivo di manipolare i risultati di ricerca.

Di conseguenza, l’unica via per farlo senza essere scoperti è riuscire a fare in modo che Google non riesca a ricondurre ad un unico proprietario i blog appartenenti ad una PBN.

Nel caso tu non sia un informatico di buon livello, ti toccherà esternalizzare il servizio. E si tratta di altri soldi da investire.

Ne vale veramente la pena?

Immagino che se tu abbia pensato di mettere in pratica una strategia di tipo black hat, sia giunto anche a questo tipo di conclusione: non sarebbe più semplice hackerare siti autorevoli, “iniettare” dei backlink al proprio blog e godere dell’effetto positivo correlato?

Questa pratica si chiama link injection e, tra quelle di cui abbiamo parlato in questo articolo, è probabilmente quella che richiede meno sforzo, in termini di tempo e denaro, e fa ottenere i risultati più efficaci.

C’è solo un piccolo, ma rilevante problema: hackerare i siti degli altri, oltre ad essere terribilmente poco etico, è illegale!

Anche se volessimo tralasciare per un attimo questo aspetto, dovremmo andare a considerare che:

  1. imparare ad hackerare un sito costa impegno, studio e fatica
  2. se non lo si vuole imparare, è comunque necessario pagare un hacker che lo faccia al posto tuo

Dobbiamo inoltre considerare che la probabilità di essere scoperti esiste (se stai hackerando un sito autorevole, è molto probabile che esso sia dotato di tool per segnalare attività di questo tipo) e le conseguenze vanno ben oltre le penalizzazioni che Google potrebbe infliggere al tuo sito (ovviamente mi riferisco ad atti di tipo legale e giudiziario).

In definitiva si tratta di una pratica disgustosa a livello etico, e pericolosa a livello legale. Non esattamente il miglior investimento che puoi fare per far crescere il tuo business online.

Conclusioni: ancora convinto di voler fare “black hat SEO”?

La black hat SEO è una tentazione forte perché significa, nelle intenzioni di chi si avvicina a questo tipo di pratiche, riuscire a fare soldi in modo veloce.

Come abbiamo visto, però, mettere in piedi un progetto black hat oriented non è affatto semplice, non è etico, e soprattutto non è così veloce.

In definitiva, riuscire ad essere in grado di padroneggiare tecniche di black hat in modo efficace richiedere comunque uno sforzo ed un impegno che possono (e devono) essere destinati a progetti di lunga durata e sostenibilità.

Lorenzo Venanzi di CaricaVincente.it